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Prendersi a kabochate

ricotta salata

Ci sono giorni in cui ti svegli al mattino e sai già perfettamente cosa preparerai da mangiare per i pigri pranzi del week end. O meglio, sai già cosa ti piacerebbe mangiare ed altrettanto piacevolmente vorresti vederlo materializzarsi dinanzi a te senza troppi sforzi.
Ma ci sono anche giorni in cui finisci risucchiata in quelle mille mila cose sin dalle sette del mattino, solo la colazione è più lenta e poi via, sino ad ora di pranzo senza aver pensato ad un bel nulla di nulla da portare in tavola.

To not discard

E vorrei potervi raccontare di gesti lenti e precisi, di quella poesia un po’ fanè misto ‘questo me l’ha insegnato la trisavola buonanima sua e questo altro ricordo vedevo sempre farlo alla mia mamma’, tutti ammantati da una patina invecchiata che sembra sempre rendere tutto più affascinante e valevole di considerazione.
Ma la verità è che qui, sempre più spesso, cucinare è diventata improvvisazione.
E se veloce, meglio ancora velocissima, tanto di guadagnato.
Devo aver smarrito la pazienza, o anche solo l’affezione per quei gesti ripetuti che non sembrano più placarmi come un tempo.
Oggi vi sorbite dunque questa robina qui: kabocha ganoush l’abbiamo ereticamente definita. Nè più nè meno che zucca -varietà kabocha, sapore nocciolatino/castagnoso e bello asciutto e pastoso- arrostita al forno, poco olio e tante erbe, poi schiacciata ed arricchita con qualche fiocco di sale e goduriosamente spalmata su crostini di pane.
Pane, avanzato dalla prima colazione: al muesli, con uvetta, nocciole ed albicocche.
Buono, mangiato pigramente nelle intenzioni ed accompagnato ad un buon bicchiere di vino.
Va così: donna di panza, donna di sostanza.
Tocca farsene ragione.

kabocha

Crostoni con kabocha ganoush e ricotta salata, x4
-1 kabocha di medie dimensioni
-sale integrale in fiocchi
-erbe aromatiche qb
-olio evo qb
-peperoncino in fiocchi qb
-8 fette di pane ben abbrustolito
-60g ricotta salata grattugiata

Preriscaldate il forno a 180°C.
Lavate la zucca, dividetela a metà, eliminate i filamenti ed i semi interni quindi tagliatela in fette.
Disponete le fette in una teglia, irroratele con poco olio, regolate di sale ed aggiungete erbe aromatiche e peperoncino a piacere. Cuocete per 30 minuti.
Sfornate, lasciate raffreddare un pochetto, quindi prelevate la polpa e ponetela in una ciotola.
Schiacciate la polpa di zucca con una forchetta fino ad ottenere una purea, regolate di sale e, se necessario, aggiungete poco olio.
Splamate il kabocha ganoush sul pane abbrustolito e caldo, completate con la ricotta salata e servite immediatamente.

kabocha ganoush

Sta’ seduta composta

Yorkshire forced rhubarb

Rabarbaro, reloaded. Il secondo post guest starring il rabarbaro, in 2 settimane consecutive. E nulla, siamo almeno in 3 ad adorarlo per colore e sapore, si spera. Il terzo? Ma ovviuslissimamente ovvio: lui, il super major londinese. In soldoni, per chi non masticasse troppissimo l’inglese, all’epoca aveva costruito una simpatica aneddotica secondo la quale il velodromo doveva il suo colore rosato al rabarbaro. Ergo, lunga vita ai rabarbolari inglesi e alla nascita di questa nuova attività in grado di espandere gli orizzonti commerciali. Ma qualcosa deve essere andato storto: continuano a farmi sapere dalle quinte che, in …continue reading…

Rabarbarpapà

chutney

Quanto io ami Nigel Slater, l’ho ampiamente raccontato qui, e nel caso non lo conosceste ancora, correte di filato a riparare, sempre in tempo. Ma con questo chutney credo di aver battuto ogni record dei record: adocchiato sul suo profilo Instagram, me ne sono perdutamente innamorata. O meglio, della sua idea di sicuro. Detto fatto: il rabarbaro ci se l’aveva giusto giusto in casa, di una varietà locale (Yorkshire forced rhubarb, da coltivazione indoor, più tenero del cugino coltivato all’aperto, e di un meraviglioso rosso porpora imbattibile), i chutney son sempre visti di ottimissimo occhio qui per accompagnare soprattutto …continue reading…

Video killed the radi(cchi)o star

Radicchio pesto spaghetti

Se dovessi scegliere un sapore, su tutti, al quale da sempre mi è impossibile resistere, direi proprio l’amarognolo. Quella sensazione di ‘bitter’, come la definirebbero qui, che da sola ha il potere di attirarmi, affascinarmi e, contrariamente al troppo dolce o esecrabile salato, non mi stufa dopo qualche forchettata ma anzi sembra rimettermi in sesto con il resto. Da quando si è qui, incredibile a dirsi, si riesce anche a mangiare una migliore varietà di radicchio: dal rosa, al trevigiano, chioggiotto, al grumolo fino ad arrivare all’amato tardivo (che mica sempre li si trovava in Italy, buffo a pensarci). …continue reading…